A Maria e le altre - Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate o.n.l.u.s.

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE VITTIME DELLE "MAROCCHINATE" O GOUMIERS (O.N.L.U.S.)

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A MARIA E LE ALTRE

COMPODIMELE (LT) 27.07.2006

Onorevole Vice Presidente della Camera (On. Giorgia Meloni),
porgo a Lei il saluto cordiale e caloroso della Provincia di Latina e mio personale, unendo ad esso quello dei Sindaci di tutti i Comuni del territorio.

Analoga espressione di benvenuto esprimo a ciascuna delle Autorità civili, religiose e militari, ai cittadini presenti che, oggi, con Lei, hanno inteso sottolineare quanto importante e significativo sia il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Merito Civile al Gonfalone della Provincia e con essa il tributo di affetto, rispetto, deferenza, memoria che abbiamo inteso riservare a Maria, alle altre: sono le donne di questo luogo, di tanti altri luoghi degli Aurunci, degli Ausoni e dei Lepini che subirono le violenze delle truppe del Corpo di Spedizione Francese che espugnarono la Linea Gustav.

È vero: sono pagine delicate della storia contemporanea, ma per lungo tempo sottaciute, nascoste o rimosse finché, sessant’anni dopo la fine della guerra, mutuata anche dall’evoluzione dei costumi e dei valori, non si è fatta strada, radicandosi, una storiografia finalmente scevra dei condizionamenti derivanti dall’annoso e superato dibattito ideologico tra ortodossia e revisionismo, per seguire l’autonomo solco della ricerca pura ed entrare in una dimensione reale della seconda, immensa tragedia del Novecento attraverso la vita delle persone, calandosi sul territorio e mettendo a confronto le fonti militari con quelle archivistiche locali e nazionali, le testimonianze, le memorie individuali, familiari, di gruppo, di comunità.

Non è la storia dei vincitori. Né è la storia dei vinti. È «l’altra storia» che, conferendo soprattutto spessore all’archivio polifonico dell’oralità, restituisce importanza, dimensione e linguaggio pubblico al vissuto della gente prima che l’epilogo naturale dell’esistenza umana possa imprigionare per sempre quei silenzi di guerra che hanno scandito la vita tra le mura di questo borgo, tra le mura di tanti altri borghi della provincia di Latina e della provincia di Frosinone in sessant’anni di dolore intimo e profondo, ancorché acuito dall’impietoso ed immateriale indice puntato al passare di “Maria e le altre” da una inadeguata cultura dell’onore che faceva loro colpa di qualcosa che colpa loro non era.
Fu guerra totale quella che, tra l’ottobre del 1943 e la primavera inoltrata del 1944, investì i nostri paesi. E fu una guerra in cui la nostra gente divenne ostaggio di eserciti contrapposti principale obiettivo delle armi di sterminio di massa, dove lo scopo principale dei soldati non era soltanto quello di uccidere altri soldati, ma di uccidere anche donne, bambini, anziani con bombardamenti, rappresaglie, massacri, di depredare, saccheggiare, stuprare così come accadeva nelle guerre antiche o in quelle coloniali.

Quella notte tra l’11 e il 12 maggio del 1944, quando Radio Londra trasmise in codice l’ordine di attaccare massicciamente i reparti tedeschi schierati da Gaeta ad Ortona, segnò la fine della Linea Gustav e l’apertura della strada per Roma, ma anche l’inizio di un capitolo nuovo e ancor più nefasto durante il quale l’uomo seppellì da queste parti la pietà per liberare una ferocia così inusitata da sottrarsi alla sfera umana. L’immagine che la documentazione archivistica e le testimonianze orali raccolte ci hanno restituito oggi è quella di un paesaggio infernale dove era impossibile difendersi dinanzi al dispiegarsi della più turpe ed animalesca brutalità.

Da poco tempo, infatti, erano stati schierati sulla linea del Garigliano le truppe coloniali del Corpo di Spedizione Francese che molto egregiamente si erano battute contro i tedeschi a Montecassino. Algerini, tunisini e goumiers marocchini costituivano quell’esercito abile nella guerra in montagna in cui la Francia aveva riposto le speranze del riscatto militare dopo lo sfaldamento della Linea Maginot e delle sue truppe regolari. Venivano dalle montagne dell’Atlante, erano pastori, piccoli agricoltori, gente misera rastrellati dai francesi e portati lontano a compiere altre violenze.

Sapevano muoversi bene tra anfratti rocciosi e terreni impervi. In più, erano veloci, coraggiosi quanto spietati con il nemico e una volta espugnatene le posizioni, il saccheggio e la razzia rappresentavano l’inebriante e allucinante rito della paga. Erano comandati dal Generale Alphonse Juin, il migliore dei comandanti alleati impegnati sulla Gustav che con i suoi superiori, gli ufficiali del suo Stato maggiore, i comandanti di battaglione, compagnie, plotoni, squadre condivide la responsabilità delle violenze, brute ed efferate, consumate ai danni delle donne di Campodimele, Lenola, Fondi, di tanti altri paesi dislocati sui monti che dividono la provincia di Latina da quella di Frosinone: da uno degli atti raccolti presso l’Archivio Centrale dello Stato nel corso della ricerche documentali che hanno permesso il riconoscimento della Medaglia d’oro al Gonfalone della Provincia per la quale esprimo la mia più sincera gratitudine a tutta la Commissione parlamentare per le Onorificenze, al Ministro dell’Interno e al Presidente Ciampi, emergono duemila casi di stupro, ma il dato è considerato sottostimato rispetto al reale.

Quel che è certo è che il numero più elevato di casi si registrò, per la provincia di Latina, proprio a Campodimele. È la ragione per la quale spero e mi auguro che la richiesta di revisione della Medaglia d’Argento al Merito Civile proposta dal Sindaco Aldo Lisetti possa concludere il suo iter con l’Oro che la gente di questo paese merita. I soldati del Corpo di Spedizione francese furono protagonisti di atti di ardimento e il loro ruolo fu determinante nello sfondamento della Gustav. Ma quel coraggio, quel valore appaiono a distanza di anni fortemente appannati dalle brutalità e dagli stupri di massa compiuti ai danni della popolazione, delle donne e dei bambini che aspettavano gli alleati per tornare alla libertà, ma che invece dovettero patire, dopo i bombardamenti, l’incubo d’essere relegati a primitivo bottino di guerra.

La storiografia più moderna ed immune dai condizionamenti della politica ha tolto il velo alla zona grigia che per tanti anni ha avvolto queste storie. Non indugerò sulle ragioni di queste violenze, non mi soffermerò sulle tesi che vedono in esse la vendetta dei francesi verso l’Italia per la pugnalata alla schiena degli inizi della guerra o, su altro verso, sulle tesi assolutorie di Ben Jealloun, lo scrittore marocchino che ha considerato la violenza delle truppe del Corpo di Spedizione Francese connaturate alla condizione di soldati che esse vivevano. Non è il mio mestiere. Ed è passato il tempo dei processi.

A me interessa la testimonianza, il ricordo, interessa che attraverso l’altra storia, quella che vide protagonista la popolazione civile e non gli eserciti, le nuove generazioni comprendano cosa sia stata la guerra e contribuiscano con il loro impegno ad arginare i rivoli dell’odio che ancora scorrono nel nostro Paese, a consolidare la pace e la democrazia, a bruciare i tempi perché in un giorno non molto lontano proprio grazie a loro, vincitori e vinti possano essere protagonisti, in nome di un mondo più giusto e solidale, di un grande, caloroso abbraccio. Come quello, immenso, partecipe e solidale che stasera noi tutti, Onorevole Vice Presidente della Camera, tributiamo a Maria e alle altre, scoprendo la prima delle Steli della Memoria che stiamo realizzando sul territorio perché innanzi ad esse ciascuno rifletta e concorra, nella vita d’ogni giorno, a fare in modo che non accada mai più.

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